Gaudeamus igitur iuvenes dum sumus
Finché siamo giovani, dunque godiamo

Marco non sa godere. I suoi diciott'anni sono malati. Di vigoressia, di ipertermia, di autismo (o quasi), di rabbia e vergogna per non essere immenso.
Francesco non è più giovane e non ha mai goduto. I suoi quarant'anni sono il fondo melmoso dell'esistenza. L'isolamento in cui vive è un magma di fallimento.
Marco è studente all'ultimo anno di un liceo classico.
Francesco è professore nello stesso liceo di Marco. Nella sua stessa classe.
Ma i due sono monadi parallele, simili e disperatamente distanti.
Francesco ha tutte le colpe, perché ha quarant'anni ed è professore.
Marco è innocente, totalmente innocente. E come ogni innocente pagherà, anche per Francesco.
Il romanzo è l'inferno della scuola. Ma naturalmente la scuola è metafora. Della vita? Piuttosto della morte.
Il romanzo è anche l'inferno del corpo. I muscoli, soprattutto. Ma anche i nervi.
Infine il romanzo è un monologo franto a due voci, voci diverse ma che si richiamano come in un canone. Ad esempio:

Francesco
Ore 7.45

Qua ai margini dell'autostrada c'è la brina, copre ogni cosa, cespugli, sterri, arbusti. Magari c'è la neve in paese. Se tutto si potesse bloccare, fermare per giorni e giorni. Ci vorrebbe un incidente spettacolare, una nevicata storica, un disastro, un meteorite dal cielo. Una calamità naturale, non chiedo di meglio. Il cielo sull'autostrada mi pesa sopra come un parabrezza di morte. Potrei scrivere una poesia sull'autostrada all'alba d'inverno. Ma questa sofferenza è troppo atroce, troppo acida e squallida, non si trasformerebbe mai in ispirazione. Sto troppo male, troppo male, non mi posso fingere più artista, scrittore, ormai. Ormai sono un professore, un uomo qualunque, con in più la rabbia di non sentirmi bene, di non sentirmi a mio agio.

Marco
Ore 22.00

Oggi non so' andato in palestra. Non ce l'ho fatta, faceva caldo, mi girava la testa, porca troia. E mo' sto qua come un morto. Perdo massa muscolare. Ogni minuto che passa, questa merda di muscoli diminuiscono di massa. Come cazzo faccio? Pure questa ci mancava, l'estate di merda e il mio corpo che va a puttana. Studiare non se ne parla nemmeno, mi viene da vomitare se ci penso, mi si rivolta lo stomaco. Se so' stanco per andare in palestra, figurati per studiare. Che cazzo vogliono da me? Mi vogliono distruggere pezzo a pezzo? Perdo pezzi, pezzi di carne, mi ridurrò a uno scheletro. Farò la comparsa nei film horror. Io non ci vado a scuola domani. Perché ci devo andare? Non c'è un vero motivo, se ci penso. Tanto vale che me ne sto a letto. Se almeno morissi, stanotte. Cristo che bella cosa crepare stanotte.

Questo romanzo l'ha scritto Roberto Gigliucci. Vive a Roma. Fa il filologo, il poeta, lo sceneggiatore, il regista. Tutto questo lo fa con una qualcerta disperazione. Ma anche con qualche buon risultato.

 

Finché siamo giovani.

 

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